Lo scontro ideologico sulla nuova legge elettorale ha occupato ampio spazio nella discussione politica delle ultime settimane, impegnando la variopinta compagnia di giro nelle consuete ed estenuanti discussioni. L’ormai imprescindibile uso del latino maccheronico — non si capisce bene se per conferire un’aura di solennità a vicende che di serio hanno ben poco o per dichiarare fin da subito il carattere volutamente ridicolo del tutto — ha così affiancato ai vari “Mattarellum”, “Italicum”, “Rosatellum” e “Porcellum” l’ultimo nato: lo “Stabilicum”.
La disputa ha assunto sempre più i toni di una vera e propria guerra di religione, tanto da rendere quanto mai calzante la famosa frase di Stefano Benni: “Ci fu una grande battaglia di idee e alla fine non ci furono né vincitori né vinti né idee.” Piccolo particolare: i vinti in questa vicenda ci sono eccome, sono tutti coloro che non accettano di essere incantati e annegati dal pifferaio magico di turno. Al di là degli aspetti tecnici dello Stabilicum/Melonellum, quello che appare sempre più macroscopicamente evidente è la lontananza siderale tra paese reale e palazzo, tra problemi quotidiani e dispute formali, tra drammi umani e loro rappresentazioni strumentali.
Sarebbe abbastanza facile mostrare come ogni singolo aspetto della nuova legge elettorale sia un ulteriore rafforzamento del potere dell’apparato politico-burocratico e contemporaneamente una contrazione degli spazi già angusti di autonomia, seppur puramente formale, dei cittadini. Il meccanismo bloccato delle preferenze, le soglie di sbarramento, i premi di maggioranza, la “tosatura dei cespugli” o l’aumento delle firme per presentare una lista sono tutti elementi che dovrebbero in qualche modo insospettire anche coloro che credono in buona fede nella possibilità di una democrazia rappresentativa e non sono già stati dissuasi, per esempio, dalla rappresentanza senza vincolo di mandato o dall’assoluta inutilità dei risultati dei vari referendum.
Per noi anarchici – strutturalmente e ostinatamente contrari alla delega, alla gerarchia, all’autorità e al finto buonismo paternalista, ma sostenitori dell’azione diretta, del protagonismo individuale e dell’impegno in prima persona – la critica di ogni forma di parlamentarismo non è certo una novità. Tra la moltitudine di contributi sull’argomento, Kropotkin scriveva in proposito più di cento anni fa: “Dovrà votar la tassa sui cani e la riforma dell’insegnamento universitario, senza avere mai messo piede nell’Università, senza conoscere un cane di campagna. […]
Aggiungerà nuovi articoli al codice penale senza averlo mai consultato. Proteo onnisciente e onnipotente, oggi militare, domani porcaro, quindi volta a volta banchiere, accademico, spazzino, medico, astronomo, fabbricante di droghe, conciapelli, negoziante secondo gli ordini del giorno della Camera, egli non esiterà giammai. […] alla Camera la sua opinione stabilirà la legge per trenta o quaranta milioni di persone”.
Il progressivo allontanamento e il dilagante disinteresse delle masse verso la politica sono fatti ormai evidenti e conclamati, certificati dal sempre crescente astensionismo durante le varie tornate elettorali, un sintomo che testimonia la completa sfiducia verso una classe e un sistema non più ritenuti in grado di comprendere, intervenire e risolvere le questioni considerate prioritarie dai cittadini-non-elettori.
Perché tutto ciò dovrebbe in qualche modo preoccupare noi anarchici, da sempre sostenitori dell’astensionismo e della critica verso ogni forma di governo? Non dovremmo forse essere soddisfatti e interpretare questa situazione come un’implicita vittoria delle nostre posizioni e un primo passo verso la conquista di quell’autonomia che tanto rivendichiamo?
In realtà, questo disinteresse e questo allontanamento dalla politica, questa sfiducia verso le istituzioni rappresentative non si traducono automaticamente nella creazione di un modo alternativo e autonomo di organizzazione, in forme di lotta al potere costituito, in una ricerca di protagonismo, in azione diretta o in volontà di diventare i primi artefici del proprio destino. Assistiamo piuttosto a una dilagante, cronica e apatica rassegnazione, come se ciò che ci opprime non fosse modificabile, come se non esistesse nessuna possibilità di incidere in maniera significativa sulle vicende della storia o, per dirla in maniera meno retorica, sulle nostre vite.
Questa indifferenza diventa perfettamente funzionale al mantenimento dell’autorità e, alla lunga, l’alleato più prezioso della classe dirigente per continuare a esercitare un controllo sempre più serrato su tutti i settori della vita pubblica e privata. L’indifferenza generalizzata e indotta rimuove praticamente qualunque ostacolo all’occupazione sistematica di ogni posizione di potere e restringe la sfera d’azione dei singoli individui a una dimensione puramente “domestica”, sempre però sottoposta a precisi vincoli imposti.
Quanto detto ha come ulteriore conseguenza la crescente criminalizzazione di coloro che, singoli o movimenti, criticano, contrastano e combattono questa impostazione autoritaria, tentando di indicare e mettere in atto modelli alternativi di convivenza autonoma e di rapporti non gerarchizzati e, in generale, di tutti coloro che si oppongono al sistema e si battono per forme più ampie di partecipazione.
Una criminalizzazione che si attua prima di tutto con una rappresentazione distorta, pregiudiziale e preconfezionata di ogni contestatore, non troppo distante dal solito e abusato cliché: “gli anarchici mettono le bombe”, volta a ghettizzare e rendere odiosa agli occhi dell’opinione pubblica ogni azione di protesta, senza consentire una valutazione obiettiva delle motivazioni, delle ragioni e del contesto in cui si svolge. L’introduzione di tutta una serie di restrizioni al diritto di protesta – limitazione dello sciopero, decreti sicurezza, daspo preventivo, divieto di manifestazione, limitazione alla libera circolazione in luoghi pubblici, fermi preventivi, reati di opinione, chiusura di spazi autogestiti (emblematica la vicenda di Autistici/Inventati) – ha così gioco facile. La filastrocca ipnotica: “Questo mondo, pur non essendo perfetto, è il migliore che possiamo permetterci”, diventa la colonna sonora della nostra vita. Tanto vale rassegnarsi, adattarsi e cercare di sopravvivere senza pretendere più di quello che ci viene generosamente concesso.
Risulta abbastanza evidente come un anarchismo che voglia essere incisivo, e non limitarsi a una pura e astratta posizione di denuncia, non possa che risentire dell’isolamento indotto da queste dinamiche e senta la necessità di inserirsi all’interno di movimenti antagonisti di contestazione più ampi e di conflitti territoriali che pur non dichiarandosi espressamente libertari, rifiutano la mediazione istituzionale e la logica della delega. L’obiettivo non deve essere quello di confondersi con essi in nome di una generica alternativa, ma contribuire, mantenendo forte la propria identità, a obiettivi strategici comuni, alla diffusione di pratiche orizzontali di partecipazione diffusa, alla costruzione di reti di organizzazioni indipendenti e collegate, alla formazione di una consapevolezza della centralità dell’autonomia individuale e collettiva contrapposta al centralismo autoritario e gerarchico delle istituzioni.
Riappropriarsi della “piazza” – qui intesa sia in senso letterale, come luogo di incontro, contestazione e manifestazione, sia in senso metaforico, come momento di partecipazione dal basso, alternativa al palazzo, e di creazione di modelli alternativi di associazione – può diventare un obiettivo comune di tutte le realtà di base, autogestite e conflittuali che, a diversi gradi e livelli, rifiutano la concertazione e la logica istituzionale. La piazza è il peggior incubo di ogni potere costituito e deve essere la chiave di ogni proposta alternativa che voglia essere realmente tale, senza trasformarsi in ciò che combatte.
L’anarchismo, che costituzionalmente non accetterà mai la dittatura di una “minoranza illuminata” e che da sempre sostiene che i mezzi debbano essere coerenti con i fini, non potrà mai fare a meno della piazza, e per questo sarà sempre considerato un nemico irriducibile da ogni “palazzo”. Un anarchismo che voglia essere una reale forza di cambiamento del sistema non può che aprirsi e farsi conoscere all’esterno, con l’obiettivo di strappare spazi crescenti di libertà, per poi non arrestarsi soddisfatto, ma proseguire verso ulteriori conquiste, cercando di trascinare con sé una fetta sempre crescente di umanità, perché, come scrive Malatesta: “Incominciando col gustare un po’ di libertà, si finisce per volerla tutta”.
Alessandro Fini